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[XeLu_ebook 0019 - Ita] Jay Amory - LA GUERRA DEGLI ALATI 1 - Spia nel mondo di sotto (The Clouded World Book One - The Fledging of Az Gabrielson, 2007)

By Eddie Hayes,2014-03-21 17:38
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[XeLu_ebook 0019 - Ita] Jay Amory - LA GUERRA DEGLI ALATI 1 - Spia nel mondo di sotto (The Clouded World Book One - The Fledging of Az Gabrielson, 2007)

    Jay Amory

    LA GUERRA DEGLI ALATI

    Spia nel mondo di sotto

    (The Clouded World Book One - The Fledging of Az Gabrielson, 2007)

    Traduzione di Claudia Marinelli

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     I non alati in mostra

    L'aerobus atterrò nei pressi del Museo di Bellearti, Scienze Naturali e Storia. Dal suo portello uscirono trenta studenti della scuola superiore di Rifugio Celeste. Alcuni di loro si precipitarono direttamente verso l'ingresso del museo, spingendosi con battiti d'ali rapidi e impazienti: non vedevano l'ora di iniziare. Altri erano meno entusiasti: non riuscivano a immaginarsi niente di più ammorbante che trascorrere una giornata a guardare noiosi reperti antichi e ad ascoltare le spiegazioni delle guide del museo. Si spostavano attraverso il piazzale di atterraggio usando il minimo sforzo indispensabile per restare sospesi in aria. Alcuni addirittura camminavano, perché fosse ben chiaro quanto poco li allettasse l'idea.

    L'ultimo a scendere dall'aerobus fu Az. E camminava anche lui, ma per tutt'altra ragione. Sarebbe stato felice di volare, se solo ne avesse avuta l'opportunità. A spalle basse, le mani in tasca, il ragazzo trascinò i suoi piedi per tutto il tragitto fino all'ingresso dell'edificio dove l'insegnante che li accompagnava, la signorina Kabnielsdaughter, stava contando i suoi allievi. Eccovi un bel questionario! annunciò la professoressa e iniziò a

    distribuire fogli fotocopiati. Un mormorio di disapprovazione si propagò tra gli studenti. Be', non pensavate che vi avrei lasciati a ciondolare in giro senza meta, vero? Vi conosco, ragazzi. Se si presentasse anche solo una mezza occasione, sareste capaci di starvene seduti tutto il giorno alla caffetteria del museo a bere caffè oppure scappereste di nascosto al centro commerciale Sette Sogni. Invece io mi aspetto che facciate buon uso del vostro tempo.

     Gironzolare per il centro commerciale è un buon modo di usare il nostro tempo, prof! disse un allievo per fare lo spiritoso.

    I ragazzi risero, ma la signorina Kabnielsdaughter ignorò la battuta.

    Dunque, qui ci sono cinquanta domande riguardanti gli argomenti che potrete approfondire durante la visita. Basterà osservare le varie esposizioni per rispondere correttamente, ma attenti: ho inserito un paio di domande trabocchetto, giusto per tenervi sul chi vive. Azrael?

    L'insegnante gli allungò la sua fotocopia.

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Fa' quello che ti riesce gli disse con un tono di voce leggermente più

    basso.

    Gli occhi di Az diventarono due fessure. Me la so cavare, prof. Non ho

    bisogno di un trattamento speciale.

     Il museo non è attrezzato come la scuola, non sarà facile per te visitarlo per intero. Ma non preoccuparti, se non riuscirai a vedere tutte le sale... capirò.

     Ce la posso fare ribadì Az con fermezza e infilò il questionario nella tasca dei pantaloni. Non sono un caso del tutto disperato.

    La signorina Kabnielsdaughter si fermò a riflettere se fosse il caso di rimproverarlo. Non le dispiacevano le battute di spirito, ma di norma non avrebbe tollerato alcuna risposta impertinente da parte dei suoi studenti. Ad Az Gabrielson, tuttavia, bisognava concedere qualche attenuante. Benché facesse del suo meglio per trattarlo come tutti gli altri, non poteva evitare di provare compassione per quel povero ragazzo.

     Al lavoro, ora disse rivolta a tutta la classe. Ci ritroviamo al

    piano ammezzato verso l'ora di pranzo, Cioè all'una in punto.

    Gli studenti attraversarono in volo il portale ad arco dell'entrata e si dispersero a gruppetti di tre e quattro. Evitando la signorina Kabnielsdaughter, Az si avviò da solo.

    Il Museo di Belle Arti, Scienze Naturali e Storia aveva la forma di una grande sfera ed era diviso in dieci piani ad anello, ognuno dei quali correva intorno a un atrio cilindrico. L'atrio era chiuso a entrambe le estremità da un'ampia finestra circolare costituita da tondelli di vetro concentrici. I piani superiori del museo erano dedicati a "tecnologia e cultura", mentre quelli più bassi ai personaggi famosi nella storia della civiltà alata. La maggior parte dei compagni di Az salì in volo attraverso l'atrio per ammirare oggetti quali il prototipo di biplano dei fratelli Casmaronson o la statua di cera della celebre arpista classica Talia Israfelsdaughter. Lui, invece, era attratto verso la direzione opposta. In fondo all'atrio c'era una stretta scala a zig-zag, riservata agli anziani e ai malati. Az la seguì verso il basso, finché non riuscì più a scendere oltre.

    Di rado qualche visitatore si prendeva la briga di vedere il piano basso. Quel giorno, in effetti, il ragazzo era solo, se si escludeva l'uomo di mezza età vestito di nero che volteggiava dalla parte opposta.

    Da una precedente gita al museo con la sua famiglia, Az sapeva che quel piano era dedicato agli albori della civiltà alata - il periodo immediatamente successivo alla Grande Catastrofe, quando i sopravvissuti a quel disastro planetario avevano costruito le città celesti e vi si erano trasferiti per

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    sfuggire alla minaccia della coltre di nubi, che stava lentamente avvolgendo la superficie terrestre. Vari modellini e diorami mostravano come erano state costruite le città celesti: prodezze dell'ingegneria tanto geniali quanto rapide. Gli architetti avevano realizzato i progetti in tempi da record e i manovali avevano lavorato giorno e notte, tutti spinti dall'urgenza della crisi. Le colonne erano sorte dal nulla, a una velocità impossibile. E sopra di esse si erano estese le città, ognuna differente dall'altra nella topografia, tutte uniche. Alcune funzionali, altre stravaganti, alcune appollaiate su un singolo pilastro, altre ancora su numerose colonne.

    Ma tra gli oggetti esposti ce n'era uno in particolare che il ragazzo ricordava e che si poteva ancora ammirare. Era la rappresentazione della vita di coloro che non erano migrati nelle città celesti. Quelli che erano rimasti nel mondo di sotto. I non alati.

    Si trattava della riproduzione a grandezza naturale di una piccola baracca di legno, abitata da una famiglia di quattro persone. I mobili erano rozzi, qualche tavola inchiodata insieme o poco più, e l'unica fonte di calore e luce era un piccolo camino in mattoni. Fiamme di seta arancione si agitavano sopra un mucchio di carbone finto e lambivano il fondo di un calderone di rame appeso a un gancio. Attraverso la porta di casa aperta s'intravedeva un paesaggio sullo sfondo, l'interpretazione artistica di una foresta folta, umida sotto un cielo minaccioso e coperto.

    I membri della famiglia erano stati realizzati con la cera: quattro sculture raffiguranti un padre, una madre, una figlia adolescente e un figlio molto piccolo. Il padre era intento ad affilare la lama di un'ascia da legno con una pietra abrasiva, la madre stava cucinando, la figlia cardava la lana su un arcolaio e il figlio stava giocando con un peloso animale a quattro zampe che, secondo la didascalia, era un mammifero domestico chiamato "gatto". Tutti e quattro erano vestiti di stracci e avevano un'aria stanca, malnutrita. I genitori sembravano particolarmente tirati. Le loro espressioni afflitte sembravano suggerire che fossero consapevoli di quale sarebbe stato il futuro della propria razza, come se avessero il vago sospetto che quell'esistenza dura, cupa, primitiva, avrebbe finito per logorarli e che le generazioni future si sarebbero indebolite sempre più fino al declino. Di lì a poco dei terrestri non sarebbe rimasta traccia.

    Az provava pietà per loro, ma soprattutto sentiva una triste e dolorosa empatia.

    Perché i terrestri erano senza ali.

    Ecco ciò che lo affascinava in quella rappresentazione.

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    Ecco perché ora se ne stava lì, a sfiorare con le gambe il cordone viola che circondava quell'opera. Il motivo per cui fissava assorto, paralizzato, la minuziosa ricostruzione di una scena di vita domestica dei non alati. I terrestri di cera assomigliavano agli Alati in ogni particolare, tranne uno. Avevano braccia, gambe, testa, busto... ma non le ali. Avevano un aspetto normale, eppure incompleto. In poche parole avevano l'aspetto di Az. Perso nella contemplazione il ragazzo dimenticò tutto il resto, compreso il questionario della signorina Kabnielsdaughter. Cadde in un tale stato di oblio rispetto a quanto lo circondava da non accorgersi dell'altro visitatore di quel piano, l'uomo vestito di nero, che ora fluttuava dietro di lui con battiti d'ali lenti, furtivi. Non realizzò nemmeno che lo sconosciuto si stava avvicinando abbastanza da sussurrargli in un orecchio, finché l'uomo sussurrò per davvero.

    Una sola parola.

    Pronunciata in modo sommesso.

    Due sillabe.

     Mostro.

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     L'uomo dagli occhiali rosso carminio

    Az per poco non schizzò fuori dalla sua pelle. Si voltò di scatto per affrontare lo sconosciuto.

    L'uomo era piccolo ed esile ma ben proporzionato. Per niente brutto, anche se assomigliava un po' a un falco. L'abito scuro che indossava doveva essere stato confezionato in sartoria e doveva pure essere costato parecchio. Le piume delle sue ali erano pettinate in file ordinate. Un ordine quasi ossessivo. Tuttavia il particolare più curioso in lui erano gli occhiali color rosso carminio, in bilico sul naso. Dietro le lenti i suoi occhi brillavano come una coppia di soli al tramonto.

     Che cosa ha detto? domandò Az. Il suo corpo fremeva tutto per lo

    choc. E per la rabbia.

     Hai sentito rispose l'uomo.

     Provi a ripeterlo.

     Molto bene. Mostro.

    Mentre pronunciava questa parola, l'uomo sorrise mostrando denti sottili, affilati.

     Ma che diavolo vuole da me? disse il ragazzo, puntando un dito

    contro di lui. Chi le dà il diritto di andare in giro a dare del mostro a qualcuno? Chi le dà il diritto di criticare l'aspetto della gente? Proprio lei... quattr'occhi!

     Sto soltanto esprimendo quanto vedo grazie a questi utili occhiali, che correggono un piccolo difetto della mia vista replicò l'uomo con tutta

    calma. E quello che vedo attraverso i miei occhiali è un giovanotto con un difetto molto serio. Vale a dire, la mancanza delle ali. Suppongo che tu sia così dalla nascita.

     Anche se fosse?

     Quindi non le hai perse in qualche terribile incidente?

     No, nessun incidente rispose Az, sbuffando. In ogni caso non la

    riguarda, quindi si tolga dai piedi e mi lasci in pace!

    L'uomo sorrise di nuovo. Un sorriso fugace e privo di calore.

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     Non è curioso trovarti qui, ad ammirare una rappresentazione di creature non alate? Un ragazzo nato senza le ali, che osserva una civiltà perduta di gente nata anch'essa senza ali. Forse... forse ti stavi chiedendo se per caso sei imparentato con loro.

     Siamo tutti imparentati con loro. Gli Alati, una volta, erano terrestri senza ali. Ci siamo evoluti per adattarci al nostro nuovo ambiente

    osservò Az, come se lo stesse spiegando a un idiota.

     Ma tu non l'hai fatto. Ciò ti rende un "regresso filogenetico"? È questa l'espressione per descriverti? No, tutto considerato penso di preferire

    sgorbio. Molto più diretto ed efficace.

    Quello fu troppo. Era più di quanto Az potesse sopportare. Poteva affrontare le battute e il sarcasmo, ci era abituato. I ragazzi della sua età sapevano essere davvero crudeli. Come pure certi adulti. Ma quell'uomo era stato deliberatamente malvagio e lui non intendeva tollerarlo.

    Fece qualcosa che avrebbe rimpianto, già lo sapeva, ma doveva farlo a tutti i costi. Strinse la mano a pugno e tentò di colpire lo sconosciuto... ... che evitò il cazzotto, quasi avesse previsto che Az stava per colpirlo ancora prima che il ragazzo lo facesse. Un solo battito risoluto delle sue ali lo sospinse all'indietro, fuori dalla portata dell'assalitore.

    Il ragazzo batté le palpebre, poi si scagliò contro lo sconosciuto. Lui scartò di lato con naturale agilità.

    Az inciampò in avanti e recuperò il proprio equilibrio giusto in tempo per ricevere un colpo dell'ala sinistra dell'uomo. Non fu particolarmente forte: poco più di una manata. Eppure bastò a buttarlo per terra. Stordito, si rialzò traballante. La testa gli bruciava ma lui ignorò il dolore, più determinato che mai a reagire, a qualsiasi costo.

    Era stato spinto vicino alla scultura dei terrestri. Il suo sguardo intercettò l'ascia affilata tenuta in mano dal padre, ma sapeva che si trattava soltanto di un pezzo di legno ricoperto ad arte di cera. Tuttavia le corte aste di ottone, che sostenevano per tutta la lunghezza il cordone viola intorno alle quattro statue, sembravano resistenti e utili al caso suo. Az afferrò l'asta più vicina e iniziò a torcerla, in modo da sganciarla dagli anelli che la legavano al cordone. Quindi si rigirò verso l'uomo brandendo l'asta come una clava. Ah, davvero! sbuffò l'uomo, come se non potesse credere che il suo avversario volesse abbassarsi a un espediente così infimo. Pensavo che

    sarebbe stato un combattimento leale.

     Lo è, ora disse il ragazzo. Sono io quello senza ali! Questa

    rimette le cose in pari.

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    Lo sguardo dell'uomo con gli occhiali rosso carminio guizzò dalla faccia di Az all'asta e viceversa. Con quella potresti rompere qualche osso.

     Lei potrebbe romperne uno con le sue ali.

     Però scommetto che non ne avrai il coraggio. Az digrignò i denti.

    Mi metta alla prova. L'uomo scoppiò in una risata. Era sospeso a mezzo metro dal suolo. Avrebbe potuto piombare su di lui in qualunque momento. Il ragazzo rafforzò la sua presa intorno all'asta.

     Azrael Gabrielson! esclamò una voce acuta e sconvolta, che

    riecheggiò attraverso l'atrio. In nome di tutti gli altissimi, che cosa stai

    combinando?

    La signorina Kabnielsdaughter volò attraverso lo spazio aperto e atterrò vicino al ragazzo e allo sconosciuto. Alle sue spalle atterrarono anche tre studenti, i tipici primi della classe, i cocchi della prof. Dai loro sorrisetti sembravano divertiti per la brutta situazione del compagno, mentre la signorina Kabnielsdaughter era esterrefatta.

     Mi sto difendendo rispose Az. Questo tizio mi ha aggredito,

    senza che io gli avessi fatto niente. Così, senza una ragione! È così? chiese l'insegnante allo sconosciuto. Lui scese a terra e abbassò le ali in segno di modestia. Per qualche motivo Az pensò che l'uomo avrebbe ammesso la verità e confermato la sua versione dei fatti. Non poteva far altro!

    Invece, come forse era immaginabile, non andò affatto così. Certo che no, signora disse lui. Questa è una storia ridicola! Mi

    stavo facendo gli affari miei, e ammiravo le molte gioie di questo museo, quando tutto a un tratto mi sono ritrovato brutalmente attaccato da questo... questo teppista.

     Lei... lei è un maledetto bugiardo! Il ragazzo esplose. È stato lui

    a iniziare, e lo sa.

     Az! lo apostrofò la signorina Kabnielsdaughter. Modera i

    termini!

    L'uomo la guardò con fare ammiccante e alzò le spalle, come se la reazione del ragazzo non facesse altro che confermare la sua versione. Era evidente che si trattava di un bulletto adolescente fuori controllo, senza educazione né rispetto per le persone più anziane di lui.

     Ma questo non è giusto protestò Az con veemenza. Non è andata

    affatto come dice lui. Sta solo cercando di dare la colpa a me. Invece lui... Invece lui lo interruppe la professoressa non sta agitando in

    maniera minacciosa un pezzo di proprietà del museo, il che mi induce a dare maggiore credito alle sue affermazioni che alle tue.

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Ma... ma...

     Posa quell'asta, Az. Posala subito e chiedi scusa al signore. No.

     Fa' come ti ho detto.

    Imbronciato, il ragazzo lasciò cadere l'arma improvvisata che andò a sbattere sul pavimento producendo un frastuono assordante. Il ragazzo ascoltò compiaciuto il rimbombo che rimbalzava da una parete all'altra.

    Ma non gli chiederò scusa.

     Vuoi una nota?

     Non m'importa.

    La signorina Kabnielsdaughter scrutò la sua espressione e seppe che diceva sul serio. La minaccia di un quattro in condotta sulla sua pagella, accompagnato da una nota per i suoi genitori, davvero non lo preoccupava. Sospirò. Sono spiacente disse allo sconosciuto. Azrael riesce a

    essere uno dei nostri studenti più difficili. Ha i suoi momenti di ribellione. Se lo desidera, può presentare un reclamo presso il nostro preside, ma spero che vorrà essere così generoso da chiudere un occhio sull'intero episodio. L'uomo rifletté, poi annuì. Signora, consideri tutto dimenticato.

    Dopotutto, che ci creda o no, sono stato anch'io un ragazzo impulsivo e dalla testa calda. Capisco che certi giovanotti non abbiano sempre il controllo delle proprie emozioni.

     Gliene sono infinitamente grata. E dovresti esserlo anche tu, Az. Uh! commentò il ragazzo.

     In realtà aggiunse l'uomo vorrei chiederle di essere indulgente

    con lui. Non lo punisca per causa mia: in fondo non mi ha fatto alcun male. Ne è sicuro?

     Anzi, insisto.

     Molto bene commentò la signorina Kabnielsdaughter. Malgrado

    ciò, Az, l'unico modo per assicurarmi che tu stia fuori dai guai è che tu non sparisca dalla mia vista per il resto della giornata. Hai almeno iniziato il tuo questionario? Perché ho come la sensazione che quel foglio non abbia lasciato la tasca dei tuoi pantaloni, da quando ce l'hai messo. Il ragazzo avrebbe voluto protestare ancora. Non gli andava di essere etichettato come il cattivo della storia. Se almeno avesse fatto qualcosa di sbagliato, ma non era così. Al contrario. Lui era assolutamente innocente. Gli sembrava tutto così ingiusto! E quell'uomo che adesso faceva il magnanimo rendeva la situazione anche peggiore.

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    Ma l'espressione intransigente della signorina Kabnielsdaughter non sembrava tollerare altre discussioni. Aveva preso una decisione e niente l'avrebbe cambiata.

    I cocchi della prof ridacchiarono, mentre Az tirava fuori dalla tasca il questionario sgualcito e si avvicinava controvoglia alla signorina Kabnielsdaughter. Con un'ultima richiesta di scuse all'uomo, l'insegnante partì insieme al suo gruppetto di allievi in direzione delle scale. All'ultimo momento Az si girò e fissò lo sconosciuto con uno sguardo feroce, torvo.

    In risposta l'uomo dagli occhiali rosso carminio gli fece un cenno d'intesa. Al ragazzo, ancora furioso per l'ingiustizia dell'intera vicenda, quel cenno sembrò un insulto, ma anche una promessa.

    Era come se gli avesse detto: "Ci rivedremo".

    Az, però, sperava con tutto se stesso che non fosse così.

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