DOC

Sun Moon Lake

By Clarence Willis,2014-07-11 14:25
7 views 0
Sun Moon Lake ...

Sun Moon Lake

    English and American Studies: Electronic Texts of

    Literary and Social Analysis

Index:

    p. 2 Grazia Cosima Deledda e Lorenzo Lawrence

    Lina Unali

    p. 9 Constructive Stereotypes in Secret Asian Man by Nick Carbo’

    Elisabetta Marino

    p. 14 “His departing shadow”: Overdetermined Spaces and

    Gender in Fae Myenne Ng’s Bone

    Serena Fusco

    p. 20 Taoist Concepts and Chinese Imagery in the Poetry of

    Marianne Moore

     Lina Unali

    p. 28 Materiali fluttuanti dalla Cina: arti marziali in scrittori

    cinesi americani

     Lina Unali

    p. 41 An Interview with Nick Carbo’

    Elisabetta Marino

    p. 46 Convalida del mito di Shakespeare nel dramma “the Herbal

    Bed” di Peter Whelan

    Lina Unali

     1

     Lina Unali

    Il percorso che compiremo è da Lawrence alla Deledda e non

    viceversa, anche perché ancora non sappiamo se ve ne fu uno, pur GRAZIA COSIMA

    minimo, dalla Deledda a Lawrence. Non ne abbiamo notizia. DELEDDA

    Un'osservazione preliminare si riferisce al rapporto tra gli scrittori E LORENZO

    e la critica in Inghilterra. Se la critica letteraria italiana dell'800 LAWRENCE

    può essere definita come autoritaria e prescrittiva e la letteratura

    Atti del Convegno su italiana moderna come trasgressiva del sistema normatico imposto

    Grazia Deledda, dalla critica (Scrivano), per la letteratura inglese non si può, a

    Biblioteca Sebastiano parer mio, parlare né di autorità né di prescrittività della critica che

    Satta, Nuoro, 1985 appare avere una funzione del tutto secondaria ai fini della

    creazione artistica; forse più adeguatamente definibile come agiografica o di commento. Per brevità possiamo dire che a un

    sistema retorico chiuso, proprio della tradizione italiana, si

    contrappone un sistema esperienzale aperto, di origine protestante e non conformista. L'opera di Lawrence non può essere in nessun modo compresa come violazione di una norma stabilita dalla

    critica militante del suo tempo o del secolo precedente. Non solo

    lo scrittore rifiuta imposizioni da parte dei critici che non hanno

    d'altra parte il peso sufficiente per imporgliele, ma alla maniera di

    molti autori anglo-americani dell'Ottocento di cui tratterà, ad

    esempio, in Studies in Classic American Literature, primo tra tutti Melville, egli confuterà l'importanza di ogni studio accademico e

    persino della scuola stessa, di cui spesso parlerà con disprezzo.

    L'epistolario pubblicato di recente dalla Cambridge University Press porta frequenti tracce, negli anni giovanili, sia di una grande

    ambizione letteraria sia di una posizione nettamente anti-scolastica e anti-accademica. Tra le tante possiamo riportare la frase scritta

    alla fine del suo periodo scolastico: ―College gave me nothing and even nothing to do‖ (L'università non mi dette nulla e persino

    niente da fare). È questo forse il primo elemento che lo avvicina

    alla Deledda. Si ricordino in Cosima i frequenti accenni all'insopportabilità della scuola, l'interesse per la pregnanza e

    vitalità di ciò che è vivo, se si scusa la tautologia. Scrive la

    Deledda in Cosima:

    Queste lezioni accrebbero il senso di ostilità istintiva che la

    piccola scrittrice provava per ogni genere di studi libreschi,

    1a meno che non fossero romanzi e poesie .

E anche:

    Quel giorno Cosima imparò più cose che in dieci giorni del

    professore di belle lettere. Imparò a distinguere la foglia

    dentellata della quercia, da quella lanceolata del leccio e il 2fiore aromatico del tasso da quello del villuccio .

Su questo punto il confronto con Lawrence non si pone soltanto

    circa una loro condivisa posizione anti-scolastica, ma anche relativamente alla folta presenza di elementi naturali nella loro

    opera narrativa. Gli studiosi americani che amano contare e

    catalogare i dati testuali, dopo aver immagazzinato i testi nella

    memoria dei loro calcolatori, sono giunti per Lawrence a una

    somma di 150 piante e di più di cinquanta nomi di animali ricorrenti nei suoi romanzi. Nelle sole seconda e terza pagina di Canne al Vento della Deledda si menzionano cinque tra piante e

    fiori: le canne, i giunchi, le rose, le euforbie e gli ontani; tra gli

    animali il cuculo, i grilli, i cinghiali, le volpi e tra gli animali

    mitici, non appartenenti alla mitologia sarda, i draghi che

    malignamente si nascondono tra le euforbie.

     2

Due scrittori non di scuola, dunque, educati dalla natura, si

    potrebbe aggiungere, e dal loro talento, che leggeranno con interesse la critica ai loro libri, ma sfuggiranno per istinto ad ogni

    sapere codificato e a qualsivoglia schematismo concettuale. Le

    letture di entrambi sono orientate dalle necessità precipue della

    creazione artistica. I libri, i passi di celebri scrittori, sono ―oggetti trovati‖ nell'itinerario artistico, sono sostegno della creatività,

    fonte dell'ispirazione, conferma di ipotesi esistenziali, estensioni

    della propria espressività artistica. Deledda e Lawrence sono

    scrittori che assecondano il dinamismo del progetto artistico

    sviluppantesi spontaneamente nella mente che non va confuso con

    non meglio identificate entità metafisiche e pertanto ricacciato. Ma

    il suo non essere metafisico non significa che non abbia

    consistenza, che non ritagli uno spazio interiore, che non anticipi l'atto creativo vero e proprio, la scrittura, la produzione del testo.

    Si tratta di un territorio dai confini imprecisati che si estende alla

    confluenza di varie pulsioni, di varie forme di immaginazione e di

    attività mentale.

    Ma veniamo ora ad ulteriori ragioni dell'avvicinamento tra i due

    scrittori. Vogliamo rispondere in particolare alla domanda che io

    stessa mi sono posta sul come D. H. Lawrence arrivò alla Deledda.

    Parleremo nei termini che potrebbero essere chiamati sia di biografia tout court che tiene conto, cioè, degli episodi propri della

    vita individuale sia di biografia del profondo che si occupa di ciò

    che è più remoto e lontano dall'esteriorità. Tutta la produzione

    letteraria di Lawrence può essere vista come una continua proiezione autobiografica, con scarsi superamenti. Di lui si può

    dire qualcosa di simile a ciò che disse della Deledda,

    nell'Introduzione alla traduzione inglese di Nostalgia, Helen Hester Colville, in occasione della pubblicazione inglese del libro nel 1905: ―la forma dei romanzi della Signora Deledda è quasi autobiografica‖.

    I romanzi di Lawrence intersecano la sua vicenda personale in vari

    punti. Per esempio The White Peacock (Il Pavone Bianco) rappresenta eventi noti del Lawrence e dei loro vicini di casa, anche se rapportate a una ―casta‖ superiore a quella della famiglia

    dello scrittore; Sons and Lovers (Figli e Amanti) è una proiezione autobiografica completa, The Rainbow (L'Arcobaleno) è una saga familiare, carica di elementi autobiografici, ambientata nella valle della sua giovinezza. L'imprescindibile intrecciarsi della

    soggettività con le vicende raccontate nella sua opera letteraria

    costituisce anche il limite di Lawrence. Perciò lo scrittore inglese è

    sempre interessante, ma soprattutto nella prima parte della sua

    produzione, quella dei romanzi ambientati in Inghilterra, non può

    essere letto indipendentemente dalla propria ansia soggettiva, dalla

    lacerante motivazione autobiografica, dalle tensioni vitalistiche

    che la caratterizzano. Raramente soddisfa bisogni di universalità. Per poter compiere un'indagine sulla soggettività dello scrittore

    che precede il testo e lo sostanzia continuamente, mi servirò di un

    modello che assomiglia, prima di diventare bivalente, a un

    diagramma di flusso, come viene descritto in informatica. Lotman,

    d'altronde, si chiese spesso perché non si potessero usare gli

    algoritmi nello studio dell'opera d'arte. Lo si può fare quando

    l'interpretazione riesce a conseguire la sinteticità e l'applicabilità di

    una formula matematica. Il ―problema‖ di Lawrence si può considerare dal punto di vista dell'informatica, trattabile perché

    prevede una soluzione. Ma qual è il problema e quale la

    soluzione? Dagli elementi di cui disponiamo possiamo affermare

    che la soluzione del problema era il raggiungimento per se stesso di un alto grado di emancipazione umana che voleva dire

    emancipazione dal circondario in cui trascorse la prima parte della

    sua vita, emancipazione sociale, liberazione, raggiungimento di un

     3

livello massimo tra i viventi. Lawrence lesse molto presto La

    Volontà di Potere di Nietzsche. Nei suoi romanzi inglesi ci sono

    continue percezioni di umanità che vive ad alto livello, al di sopra

    dell'ordinario, separata; curiosamente sono le donne ad apprezzare

    e a ricercare questo mondo quasi con angoscia. A tale specie di

    emancipazione si aggiunga un'ambizione personale che si potrebbe

    definire scatenata e l'aspirazione a realizzare le sue potenzialità di

    artista. La prosa del giovanissimo Lawrence è notevole per la sua

    estrema ricchezza lessicale cui non toglie nulla l'uso frequente

    della ripetizione. Questa capacità di produrre linguaggio lo

    caratterizzò in tale misura che non poteva certo rimanere una

    sorgente segreta. Vediamo come Lawrence risolse il suo

    problema, come manifestò la sua energia creativa, come conseguì

    una totale elevazione e emancipazione tramite la scrittura, quali vie gli erano aperte.

    Lawrence ebbe sin dai primissimi anni ad affrontare una scelta che

    gli si presentò come inevitabile tra due entità o fattori

    completamente divergenti che determinarono sin dall'inizio la sua

    esistenza: quello che per comodità chiameremo il mondo del padre

    e quello che per lo stesso motivo chiameremo il mondo della

    madre. Il mondo della madre fu sempre per prima cosa un mondo

    estraneo alla valle del Nottinghamshire, più raffinato;

    rappresentava un ceto più elevato di quello dei contadini e dei

    minatori di Eastwood. Lydia Beardsall era figlia di un ingegnere,

    educata nel calvinismo e nel puritanesimo con qualche forma di

    isterica autoesaltazione e senso di superiorità. Era una donna che

    sapeva intuire cosa c'era ―oltre la valle‖, se si fa uso del linguaggio stesso del romanzo lawrenciano. Innanzitutto rifiutava il mondo

    del marito, rozzo minatore, sepolto per intere giornate sotto terra,

    sporco, da lei considerato volgare, collerico, spesso ubriaco. La

    scelta che la madre di D. H. Lawrence fece del proprio mondo

    rispetto a quello del marito viene ripetuta a livello consapevole dal

    giovane Lawrence: tra la via del padre e la via della madre, egli sceglie quest'ultima che è la via dell'emancipazione dalla valle,

    che è la via culturale, la via dell'uscita da forme rozze e primitive,

    è la via della scrittura, della produzione del testo. Il personaggio

    centrale dei suoi romanzi è in genere un produttore di testo. Lo stadio della scrittura si potrebbe dire e la via della madre

    coincidono. Il passaggio dall'io alla scrittura si attua in

    coincidenza con la via della madre; quella dell'istinto e della incoerente brutalità è rifiutata. Il seguito delle scelte sarà omogeneo alla prima. Tra la miniera e la scrittura, l'unica possibile

    alternativa che aveva il giovane Lawrence al livello dell'attività

    pratica, egli sceglie la scrittura, perché aveva già scelto la via della

    madre. Nella prima scelta era già implicita la seconda. Sia detto

    incidentalmente che ci fu una sorta di proibizione da parte della

    madre a che il figlio scendesse a lavorare in miniera. Se si

    continua a procedere nella direzione del fine che consciamente

    Lawrence si era posto possiamo osservare che il campo amoroso

    gli si presentò come il superamento della donna a disposizione,

    della donna inglese, della donna della sua valle, della Louise

    Burrows, tanto per fare un nome biograficamente e narrativamente

    importante, a favore di una signora come la moglie del suo

    professore di tedesco, la Baronessa Richthofen, che non appartenendo alla terra in cui egli era nato, lo stimolava a

    muoversi verso altri lidi e altri mondi; ella costituì un ulteriore

    stimolo per Lawrence a staccarsi dalle radici, se mai ne ebbe. Mi rendo conto che con questo si può giungere al tanto disprezzato

    discorso sulle amanti dei poeti che tediavano alcune lezioni

    universitarie in tempi abbastanza recenti! Qui lo si sfiora e ci si

    allontana. È solo una pietra miliare in una via di ricerca. Non ha valore a se stante. Il superamento dell'ansia Lawrence la ottiene

     4

sempre allontanandosi. Si veda anche nei suoi romanzi quanti

    personaggi sono stranieri, quanti polacchi nella valle del

    Derbyshire, si potrebbe esclamare, quanti Lenski e Skebrenski! Se

    si volesse, grazie al gran numero di indici nevrotici presenti

    nell'opera narrativa e nella corrispondenza, giudicare lo scrittore

    quasi come un malato, si potrebbe affermare che egli avrà sempre

    a livello inconscio la coazione a ripetere l'allontanamento da un punto di massima ansia, la sua terra, Eastwood, il paese che, sia

    detto per inciso, sembra a volte non si sia ancora pienamente riconciliato con lui per averlo egli esposto, rivelato, abbandonato. Una scelta successiva si porrà tra le terre del Nottinghamshire e

    più in generale l'Inghilterra, e altri spazi oltre Manica. Le sue

    opere inglesi sono cosparse di ―segnali stranieri‖, di banyans, di ficus indica, o provenienti da una lontana terra canadese di

    emigrazione di inglesi poveri, di territori al di là dell'orizzonte, al

    di là dell'oceano. Infine intorno al 1913 Lawrence che è nato nel

    1885, comincerà a vivere di frequente lontano dall'Inghilterra. La

    madre è morta nel 1910. Lo scrittore ha dato scandalo per la sua

    unione con Frieda. Il fatto che ella sia tedesca li costringe

    praticamente all'esilio. Dal 1913 al 1929 trascorreranno un terzo

    del loro tempo in Italia. Quindi tra il proprio paese e le terre

    straniere di cui si fa cenno nei suoi romanzi, Lawrence sceglie quasi definitivamente queste ultime e in particolare l'Italia, oltre, a

    volte, la Germania, la Svizzera, Ceylon, l'Australia, il Messico, gli Stati Uniti. Ritornerà in Inghilterra per qualche breve periodo. Le

    regioni italiane di sua preferenza potrebbero essere idealmente divise in due categorie: la Lombardia e la Toscana da un lato, terre

    del consueto viaggio in Italia e dall'altro l‘Abbruzzo, il Lazio, la Sicilia, la Sardegna, le isole non tipiche del viaggio in Italia,

    malgrado l'allusione famosa di Goethe in Mignon. Anche se il soggiorno in Sardegna fu, come si sa, brevissimo, dal 5 al 13

    gennaio 1921, esso fu tutt'altro che trascurabile ed ebbe risultati forse più degni di nota del lungo soggiorno in Sicilia. Per meglio comprendere il motivo della scelta delle due isole, dobbiamo tornare indietro e percorrere uno strato dell'io più

    recondito, più inespresso, isolato, più lontano apparentemente

    dalla scrittura in quanto sostanzialmente non alfabetizzato in modo

    sufficiente. Se torniamo indietro e invece che la via della madre percorriamo la via del padre ci accorgiamo che fu questa, non

    riconosciuta, disprezzata, rimossa, a fare di Lawrence lo scrittore

    che conosciamo. La via del padre è la via dell'istinto, la via della

    vitalità inespressa verbalmente, dei legami non codificati tra gli

    uomini che lavorano nei sottoterra minerari, liberi e ―selvatici‖, la via degli uomini della valle che sono più vicini alla terra di quanto non lo siano le emancipate donne dei suoi romanzi, sempre tese verso l'esterno, intellettuali, cerebrali.. A ben riflettere, seguendo

    la rotta opposta, ci sarà la miniera, a essere considerata ricca fonte di scrittura, l'incontrollato, l'inarticolato, il desiderante, il dionisiaco.

    E ora ci ricongiungiamo di nuovo a Grazia Deledda. Dalla 3Lawrence Reading List , la scrittrice sarda risulta essere stata letta

    una prima volta nel 1919, messagli in mano da Katherine

    Mansfield a cui scrisse il 20 marzo 1919: ―My dear Katharine, Deledda is very interesting, except the middle bit, in Rome‖ (la Deledda è molto interessante, tranne che per la parte intermedia a

    Roma). Ma la conosceva bene molto prima di questa data se il

    primo dicembre 1916 in una lettera a S. S. Kotelianski ne

    consiglia, come cosa del tutto naturale, la lettura insieme alla

    Serao e a D'Annunzio. Si possono trovare, egli scrive, da un

    mercante italiano di Charing Cross che vende libri italiani e spagnoli. La prima traduzione inglese della Deledda risulta 4pubblicata in Inghilterra nel 1905 . Potrebbe averla tenuta quindi

     5

presente da molto presto. La lesse probabilmente negli anni tra il

    ‗13 e il ‗16, se non prima. Una lettura attenta dei suoi primi

    romanzi porta più volte a conferire validità a questa ipotesi. Seguendo il tracciato del suo sradicamento, Lawrence giunse alla

    Deledda per la via della madre che lo portò fuori dall'Inghilterra,

    nel suo viaggio esteriore. Ma l'apprezzamento profondo per una

    scrittrice come Grazia Cosima gli nacque per la lunga abitudine a

    dare valore ai moti instituali, a quell'insieme di comportamenti

    incontrollati delle classi senza potere che costituivano gli aspetti a

    lui più noti della via paterna. Se vogliamo parlare degli sviluppi di

    una tradizione letteraria che dall'Inghilterra si estese all'Italia e che

    sulla scia del titolo del libro di Piero Sraffa Produzione di merci per mezzo di merci saremmo tentati di chiamare ―produzione di letteratura per mezzo di letteratura‖, percorriamo una strada che da

    Thomas Hardy del Wessex ci conduce nella valle del

    Nottinghamshire di D. H. Lawrence, attraversa Verga in modo considerevole, nato nel 1840, nello stesso anno di Thomas Hardy,

    e giunge in Sardegna e alla Deledda che a sua volta ha imparato da

    Verga. Nasce così Sea and Sardinia (Mare e Sardegna), scritto in sei settimane, mai rivisto, mai corretto. Continuando il tragitto, si può registrare un riversamento di Mare e Sardegna di Lawrence in Sardegna come un'Infanzia di Elio Vittorini.

    Lawrence arriva in Sardegna principalmente perché avendola

    conosciuta tramite la Deledda pensa di potervi abitare, come ha

    abitato a lungo in Sicilia, a Fontana Vecchia. È l'epistolario da

    poco pubblicato a rivelarlo. Non è stato mai neanche messo in risalto come lo stimolo a venire in Sardegna possa essere stato la

    lettura di Grazia Cosima, come la scrittrice sarda è schedata alla

    British Library. Per Lawrence la Sardegna era una terra già nota,

    già vissuta tramite la lettura. L'esigua durata del soggiorno è

    persino irrilevante ai fini della conoscenza dell'isola e del numero

    di riflessioni che egli poté fare intorno ad essa. C'erano tre regioni dove Lorenzo in cerca del sole (traduzione del titolo del volume di 5, poteva andare in Italia Eliot Fay, del 1955, su Lawrence)percorrendo la via del padre: la Sardegna di Grazia Cosima, la

    Sicilia di Verga e gli Abruzzi di D'Annunzio di La figlia di Iorio. Rileggendo Sea and Sardinia, quando ci si accorge che Lawrence

    nomina la Deledda più di una volta - improvviso viene alla mente

    il pensiero di questo legame di creatività tra la Sardegna e

    l'Inghilterra, torna in mente soprattutto The Rainbow, pubblicato nel 1915, si pensa quanto in fondo rassomigli a un romanzo come

    Elias Portolu, con i suoi subitanei guizzi di passionalità tra uomini

    e donne che vivono lontani dai grandi centri, dalle capitali del

    potere, che il potere in qualche modo schiaccia da lontano, in cui la vitalità si esaurisce nel vivere la trasgressione, viene in mente

    come Lawrence possa aver apprezzato molto Deledda ―the

    novelist‖, come egli scrive in Sea and Sardinia, come ella gli possa aver suggerito la possibilità di edificare un mondo diverso da quello rappresentato dall'Inghilterra, abbia in parte riacceso la

    sua più volte manifestata anglofobìa, lo abbia orientato in modo

    più definitivo nell'orbita del pensiero anarchico, cui egli naturalmente appartiene, con il culto delle civiltà pre-industriali, con l'adorazione della vitalità primigenea, degli antichi dei. Sia nelle opere che vogliamo chiamare ―inglesi‖ di Lawrence, in particolare The White Peacock, Sons and Lovers, The Rainbow, sia nella maggior parte dei romanzi della Deledda ambientati in

    Sardegna, abbiamo la delimitazione di quello che potremmo

    chiamare un piccolo spazio, una piccola estensione di terra

    all'interno di un'isola, chiuso da un orizzonte vicino, quasi

    invalicabile e comunque raramente valicato. Tale orizzonte è sia naturale, circonda il piccolo pezzo di terra dove si svolge una

    limitata esperienza umana, sia mentale. Ma questa esperienza

     6

    umana consegue, a volte, un massimo di esaltazione, accentuazioni della vitalità. Quante volte nei due scrittori

    compaiono le parole sangue, corpo, desiderio!

In La Madre di Grazia Deledda (p. 411):

    Ed ecco il sangue di lui, inquieto da tanti anni, divampa

    tutto come un liquido ardente: la carne cede vinta e

    vittoriosa insieme (p. 411).

    Nella casa di un sacerdote non è permesso tenere specchi:

    egli deve vivere senza ricordare che ha un corpo (p. 403).

    Il desiderio si infiltrava nel lor amore casto (p. 117).

In The Rainbow e negli altri suoi romanzi, Lawrence parla di

    corpo, soprattutto a proposito degli uomini, di desiderio, di intimità di sangue (―blood-intimacy‖), spesso ripetendosi. Ricorre

    un'idealizzazione del sangue. Come quelli della Deledda i suoi

    romanzi, sono descrizioni dell'insorgere del coinvolgimento

    erotico, dell'attrazione, analisi dell'estasi amorosa, dello sviluppo e della fine dell'amore in ambienti arcaici dominati ancora da forze

    ancestrali e irrazionali, dove ancora si muove il diavolo che a

    settembre tesse ragnatele sui rovi della valle del Derbyshire - in Il

    Pavone Bianco, come nelle campagne sarde agisce perversamente in un ambiente popolato da altri spiriti e fate che non hanno niente

    in comune con la fata turchina di Pinocchio. Citiamo una parte

    dell'introduzione che D.H. Lawrence appose a La Madre che

    compare nell'edizione inglese del 1928:

    Ma l'interesse del libro non risiede nella trama o nella

    delineazione dei caratteri ma nella pura e semplice vita

    degli istinti. L'amore del prete per la donna è pura passione

    istintiva, pura e non guastata dal sentimento. Come tale è

    degna di rispetto, perché in altri libri che trattano questa

    tematica l'istinto è inondato e estinto dal sentimento. Qui

    tuttavia l'istinto del sesso immediato (―instinct of direct

    sex‖) è così forte e vitale.

Il brano sopra riportato, uno dei più importanti per capire

    Lawrence stesso, ci rimanda involontariamente, per grande

    fortuna, alla compresenza delle due vie: quella del padre, l'istinto

    che è talmente attivo che non sconfina nel sentimento e quella

    della madre che sta per sublimazione, superamento del desiderio,

    annichilimento delle forze istintuali, raggiungimento di mete, ma

    anche distruzione dell'individuo, di ciò che in lui è forse più

    indispensabile in termini di sopravvivenza psichica. Lawrence

    continua:

    Come si esplica in terra sarda, la vecchia cieca vita

    dell'istinto e la rabbia che deriva dalla frustrazione da esso

    subita, è l'interesse precipuo di Grazia Deledda.

    [...]

    Il sentimento di Agnese, la donna che ama il prete è

    semplice passione femminile istintiva, qualcosa di

    simile a quel che accade in Emily Brontë. Ha la

    ferocia dell'istinto frustrato, è nudo e duro, privo

    delle grazie del sentimento. Ciò lo preserva dal

    divenire datato così come è datata la passione in

    D'Annunzio. La Sardegna non è una terra di

    Giuliette e Romei e neanche di Vergini delle Rocce.

    È piuttosto una terra di Cime Tempestose.

     7

    [...]

    Benché Grazia Deledda non abbia la magistralità di

    Giovanni Verga, perlomeno per quanto riguarda la lingua

    italiana, pure ella ci può immettere nell'umore e nel ritmo

    della Sardegna come un vero artista la cui opera è solida e

    duratura (―sound and enduring‖).

Abbiamo preferito non parlare di verismo, di realismo o di

    regionalismo e neanche di vitalismo. Come Lawrence era estraneo

    ai dettami della critica e preferiva scriverla per suo conto - lo fece egregiamente in Studies in Classic American Literature, - così era del tutto estraneo alle sue formulazioni e periodizzazioni. La Deledda e la Sardegna furono tappe di un percorso artistico che

    Lawrence portò a termine e poi superò. Egli si avvicinò alla

    Deledda e a Verga per una profonda esigenza di realizzazione artistica, di acquisire elementi congeniali nell'opera altrui, ma

    allontanandosi dall'Italia si allontanò anche da essi. Per mettere in

    evidenza il dinamismo, la laboriosità letteraria senza un ―ubi consistam‖ dello scrittore, si deve ricordare che Mastro Don

    Gesualdo fu da lui tradotto sulla nave che lo portava a Ceylon, l'attuale Sri Lanka, e completato a Colombo. Nella breve vita di

    Lawrence non vi fu niente di stabile, o permanente. La

    realizzazione di se stesso in quanto artista che si pone alla

    confluenza della via del padre e della madre, ormai lo dirigeva

    verso il Messico, un altro territorio utopico, in una tradizione

    come quella inglese fortemente incline a fabbricare mondi,

    anticipato dalla grande quantità di letture esoteriche che egli aveva

    compiuto nel corso della propria breve esistenza. Il loro elenco ci

    illumina sulla loro frequenza e entità. Nel Messico di The Plumed Serpent (Il Serpente Piumato), Lawrence dette meno peso alla

    tematica della nascita e degli sviluppi dell'amore, trasformò e

    completamente esotizzò (esoterizzò) il suo interesse vitalistico.

    Cercò altri strumenti di rigenerazione, mirò al risveglio di altre

    forze dormienti e latenti, rappresentò altri primitivi, ricercò

    sotterranee conciliazioni tra Occidente e Oriente.

Note

     1 GRAZIA DELEDDA, Cosima, Milano, Mondadori, 1947, p. 74. 2 Ibidem, p. 78. 3 GRAZIA DELEDDA, Nostalgia, tradotto da HELEN HESTER COLVILL (pseudonimo di Katharine Wilde), autrice di The Stepping Stone, Chapman and Hall, Londra, 1905. 4 ELIOT FAY, Lorenzo in Search of the Sun, Vision Press, Londra,

    1955. 5 Cfr. The Mother by GRAZIA DELEDDA, Winner of the Nobel

    Prize 1927, translated from the Italian by Mary Steegman, with an

    introduction by D.H. Lawrence, Jonathan Cape, Londra 1928.

     8

     Elisabetta Marino For many decades, the difficult intercontinental relationship between ―white Protestants‖ - expressing the political and cultural CONSTRUCTIVE predominant values in the US - and Americans of Asian Pacific STEREOTYPES IN ancestry, has led to the creation of a series of stereotypes. They SECRET ASIAN MAN BY have been used to identify, label and stigmatize what was otherwise NICK CARBO perceived on the one hand as lacking and scarcely civilized and, on the other hand, as dangerously different and capable of Paper read during the first undermining the very establishment of the country. Asian-Conference Asia and the Americans - with the addition of the hyphen which, according to West, a Difficult critic E. San Juan, ―spells a relation of domination and Intercontinental Relationship 1 were therefore turned into a shapeless ―model (University of Rome Tor subordination‖

    Vergata, Faculty of Letters, minority‖, hard working, inoffensive and silent; Filipino Americans th, 2000) December 20became ―wild monkeys‖, ―dogeaters‖ and, in the best of the cases, the paternalistically perceived ―little Brown brothers‖ to be brought

    to civilization by the Westerners; Asian American women were

    morbid and submissive ―geishas‖ and, as for the men, they were

    either hyper-sexed rapists or completely emasculated. In both cases,

    however, according to the stereotypical logic, their aim seemed to

    be integration, through the marriage with a white American, thus

    generating the subsequent nightmare of miscegenation. The epitome of these stereotypes was the character of the inscrutable

    Charlie Chan, invented by Earl Der Biggers, a writer who

    apparently knew very little about the culture where his detective

    presumably came from, and yet ―colored‖ his speeches in broken

    English with pseudo-Confucian sayings and so-called ―Oriental‖ wisdom. Charlie Chan ―literarily‖ died in 1993, stricken by the

    seminal anthology of contemporary Asian American fiction edited

    by Filipino American writer Jessica Hagedorn and entitled Charlie Chan is Dead. With this book, the whole era in which, in

    Hagedorn‘s words, ―in order to be acknowledged‖, Asian 2Americans ―had to strive to be as American as possible‖ was meant to be finished, leaving room not only to the assertion of one‘s ethnicity, but to its overcoming through the concept of a

    ―world literature‖.

Deeply rooted stereotypes, however, are persistent and hard to

    shake off, and though Charlie Chan is dead, his offspring seems to

    be ―alive and kicking‖, as Nick Carbo‘ - a poet born in the Philippines in 1964, soon adopted by a well-off Spanish family of Greek origins, and now US citizen points out:

    In my many experiences of being defined by a white, Anglo-Saxon dominant American culture, their views of me (Asian male) remained at a very surface level which relies to stereotypes. I have

    recently been referred to as a ―Chinaman‖, ―Retarded Chink‖ (by a

    policeman), ―Jap‖, and ―brown oriental fellow‖. All this within the

    year, at the dawn of a new millennium in the United States of America. Even as an innocent method of being referred to as ―the

    oriental guy‖, many Americans can‘t even get my ethnicity

    correctly. Moreover, when I was teaching at the University of

    Pittsburgh last Spring semester, there was a white fellow who went around the city looking for ―minorities‖ to shoot and kill, and two

    of the many victims were Asians. You cannot run away from these

    kinds of random acts of violence. It is psychologically damaging

    because you really don‘t know who the enemy is (as opposed to when countries go to war) and the shooter is relying on the cultural

     3stereotypes of the people he wants to kill.

Carbo‘ is the author of two poetry books, and the editor of an

    anthology of both Filipino and Filipino American short stories

     9

(Returning a Borrowed Tongue, 1996), for the first time collected

    together as to signify the importance of the connection with one‘s

    cultural roots. In this paper I will focus on his latest volume, Secret Asian Man (2000), in which the issue of stereotyping the Asian Americans is dealt with in a paradoxically constructive way, with the purpose as he wrote in the above mentioned source to ―educate the colonizers‖, since ―the problem that I have‖ Carbo remarks - ―is that the colonizers are not repentant about the real harm they have caused and few seem to want to learn about it‖.

    This paper aims at showing how the didactic purpose is achieved by

    emphasizing, sometimes reversing or even exaggerating virtually

    every single stereotype and bias applied to the Asian Americans with poignant irony and yet, with the most serious engagement, so

    that the reader is confronted, overwhelmed by it and eventually

    faces its absurdity. At the same time, this paper wants to show how,

    by stereotyping and reversing the myths of American culture, Carbo‘ unveils the cracks on its facade and makes the dramatic

    question of Carlos Bulosan in his America Is in the Heart, (―Would it be possible for an immigrant like me to become part of the 4) sound absolutely pointless and anachronistic. American dream?‖Secret Asian Man is a collection of thirty-five poems that can be read each individually or as a story. The book is meaningfully

    dedicated ―to the memory of Joseph Illeto, Filipino American

    postman shot nine times on August 10, 1999 in Los Angeles, California by a white supremacist‖ (3). As a foreword to his

    volume, Carbo‘ introduces the reader to the main character: Ang

    Tunay na Lalaki, which in Tagalog, the main language of the

    Philippines besides the two idioms of the Spanish and the American colonizers, means ―The Real Man‖. From his very name, therefore,

    Ang Tunay na Lalaki seems to be a sort of postmodern version of

    an Asian American ―Everyman‖, in whose experiences in New

    York, in whose desire to partake in the American dream, in whose parallel fear of displacement (in almost every poem there is the

    maniacal indication of which street, or even corner, he is at) every

    immigrant can identify himself/herself and his/her attempt to make

    it in America. But anyway, by choosing such a difficult name for a Westerner to pronounce (and twenty-six out of thirty-five poems start with ―Ang Tunay na Lalaki‖ and the action he is doing in that precise moment), Carbo‘ seems to wink at the reader, who is

    compelled to acknowledge that ―the real Asian American man‖ is everything but anonymous, silent and passive.

By humorously putting together two contrasting stereotypes, Lalaki

    is ―bare-chested‖ (7) yet he is really ―muscled‖. Thus reproducing

    and teasing the ―legendary‖ Filipino attraction, or one should rather say, idolization towards the American films and the American way

    of life they portray - in the words of Jessica Hagedorn, ―the aping

    of [the] mythologized Hollywood universe‖ (xxiii) - Lalaki used to be a ―Filipino male character in the commercials in the Philippines‖, ―he had advertised a local brand of hard liquor‖, and could have been considered as the ―ethnic‖ counterpart of the cool American ―Marlboro Man‖ (7). Lalaki smokes only ―American

    Spirit‖ cigarettes and on his matchbox, one can read the following cryptic message: ―Please, make me taste like a man‖ (11).

    Nonetheless, he also embodies the stereotypes according to which,

    as it was commonly said in the 1930s, ―the Japanese were taking

    the lands from the Americans, the Chinese were taking the business

    5and the Filipinos were taking the women! Lalaki likes to boogie, he chats on Aol with ClaraB, ―Married housewife. Mistress at

    night‖ (29) and does his laundry only ―because Esquire Magazine listed/ laundromats as a top-ten place/ to meet single women‖ (21). His mother from the Philippines includes him in her prayers by

     10

Report this document

For any questions or suggestions please email
cust-service@docsford.com